“E' più facile, e più comodo, dire che io sono l'unico incapace, che la mia musica è arida, onanistica, poco comunicativa mentre migliaia di “artisti” portano avanti il rock and roll che ammettere che io sono l'unico rimasto a lavorare in maniera seria in un mondo di dilettanti e di incapaci”
“Non si esce vivi dagli anni 80”
Frank Zappa
Le dichiarazioni (riportate non in maniera letterale, oltre all'intervento della traduzione, immancabilmente anche il filtro della memoria le possono aver distorte – le ho lette chissà dove e chissà quando) sono emblematiche dello scempio causato da quella che si può definire la “rivoluzione culturale”, o meglio, dati i suoi connotati “rivoluzione sottoculturale”, avvenuta alla fine degli anni 70 nel mondo della musica rock ovvero la cosiddetta “rivolta punk”.
La moderna musica popolare – prevalentemente giovanile – nasce, come è noto, negli Stati uniti negli anni 50 come elettrificazione (per mezzo del microfono e della chitarra elettrica amplificata) del r&b, musica da ballo sottoprodotto commerciale del jazz, e del blues, musica folclorica per eccellenza della popolazione americana di colore. Dal r&b fu presa la formula del riff e della ripetizione, dal blues la tipica scansione in 12 battute, lo stereotipato giro armonico e le scale pentatoniche per gli assoli.
Il primo grande musicista rock and roll fu Chuck Berry, la vera prima rockstar (per motivi razziali e commerciali) fu Elvis Presley. Lungi qui dal fare una storia del rock, voglio semplicemente ricordare come solo nel decennio successivo, anche a causa di fenomeni sociali come le proteste studentesche e la contestazione giovanile i musicisti rock incominciarono a prendere coscienza del fatto che la musica potesse essere arte e non solo intrattenimento. Gli storici del rock filoamericani fanno risalire questa presa di coscienza all'esordio di Velvet Underground e Bob Dylan. La frangia (ormai in via di estinzione, o comunque emarginata) di coloro più interessati ai fenomeni europei fanno risalire il tutto al movimento del blues bianco inglese (Yardbirds, Mayall) e soprattutto alla nascente psichedelia britannica (Beatles periodo Sgt Pepper per la musica più esposta a livello mediatico, l'insieme di talenti operanti intorno all'UFO Club per la musica underground).
La “via europea al rock” si manifesta quindi per l'abbandono della forma canzone ( o per lo meno nell'idea di concatenare più pezzi brevi creando macrostrutture che possono comprendere anche l'intera raccolta – concept album). La stagione 1967-1974 (ben documentata nel volume “The tapestry of delights, 1967-1976: psychedelia and progressive rock”) nella musica inglese fu la più fertile e creativa, sia per quantità che per qualità.
La “fusione dei generi” o se si preferisce il tentativo di far evolvere le limitate forme musicali popolari per mezzo della contaminazione fece nascere ibridi fra il rock, il jazz, il folk, la musica medievale, la musica classica, la musica elettronica eccetera. Un poco per emulazione, un poco per generazione spontanea il fenomeno si estese a Francia, Germania, Italia. A seconda di quale delle componenti fosse maggiormente presente si parla di rock romantico, barocco, art-rock, jazz rock, folk progressivo, Canterbury sound, kraut rock, rock cosmico, zehul, rock in opposition.
Oltre l'Atlantico, negli USA un'intera generazione di musicisti jazz, raggruppati per lo più intorno a Miles Davis, propose una musica ibrida, in cui le strutture armoniche e ritmiche venimano notevolmente semplificate mentre la creatività si spostava sul suono, distorto, amplificato, manipolato elettronicamente. Autonomamente altri musicisti, politicamente vicini al movimento free, ma musicalmente lontani da ciò che Dolphy, Coleman e Coltrane stavano facendo, diedero inconsapevolmente vita ad un mostruoso ibrido fra musica improvvisata di avanguardia e pop a cui si diede il nome di Great Black Music (SunRa, Art ensemble of Chicago) e che spesso ora si preferisce chiamare “Improv”.
Ovviamente quello che alle orecchie di un jazzofilo è rozzo e primitivo, se non banale, alle orecchie di un musicista pop è oro colato, pura accademia, quindi queste musiche risultavano essere di spessore pari se non superiore a quello che, “partendo dal basso” Gong, Soft machine, Nucleus, King Crimson, Centipede ed altri stavano facendo in Inghilterra.
Per questa serie di circostanze, gli anni 70 furono il trionfo di quella che fu definita “l'utopia della musica totale” e che io preferisco chiamare “la via di mezzo”. La via di mezzo è la posizione intermedia fra il rock rozzo e primitivo delle origini (e dei tempi nostri) e la musica d'arte. Questa musica sostanzialmente ha un grosso problema. E' un wannabe piuttosto che una “real thing”. Il suo staccarsi dalla musica di intrattenimento è solo apparente, le sue forme musicali per quanto più evolute della quotidiana spazzatura radiofonica, non arrivano a toccare la ricchezza di linguaggio delal musica colta, scritta od improvvisata, di cui si colgono solo gli aspetti più superficiali e non quelli sostanziali. Questa musica quindi non può che essere considerata più di un “simpatico omaggio” o peggio una “parodia kitsch” da parte di un ascoltatore avvezzo a ben altro. Dall'altro lato risulta di difficile comprensione alla grande massa dei “non ascoltatori di musica” che costituisce il grosso pubblico corteggiato dalle multinazionali del disco. Un equilibrio quando è precario è destinato a rompersi e così, infatti, è avvenuto. La fine dell'impegno giovanile, la stanchezza di quella generazione di artisti, il mancato ricambio generazionale e l'abbassarsi dell'età media dei consumatori di musica hanno creato le condizioni affinchè le musiche popolari di più immediata fruizione fossero quelle più vicine alle esigenze del grande pubblico. L'avvento delle musiche da discoteca da un lato e il riappropriarsi da parte del sottoproletariato urbano della musica rock con il punk provocarono un terremoto di dimensione clamorosa. L'avvento del videoclip come forma di promozione e l'evidente rincoglionimento delle nuove generazioni causato da TV, mass media, computer, videogiochi, telefonini etcetera hanno fatto tabula rasa, ironicamente travolgendo anche gli alfieri della rivolta punk e della new wave che divennero, nelle loro forme artistiche, più che sotterranei, invisibili nonostante la teoria della “musica semplice, fatta con due note ma col cuore” e che dovrebbe di conseguenza raggiungere un pubblico più vasto.
Comunque in tutto ciò non ci sarebbe nulla di sbagliato, siamo in democrazia ed ognuno ha diritto di fare uso del medium musicale secondo la sua intelligenza, la sua (per quanto limitata o nulla o minore di zero) cultura e la sua sensibilità. Quello che purtroppo è avvenuto, ed avviene, è la piaga del revisionismo storico che ha portato non solo a rinnegare tutta la stagione dell'art-rock europeo, ma addirittura a censurare qualsiasi tentativo in tale direzione dei musicisti successivi a quel periodo. Come se i barbari, dopo aver distrutto l'impero romano, avessero riscritto la storia giudicando quel periodo come un'età di decadenza, contrapposta ai fasti dell'età del bronzo e del medioevo prossimo venturo. Nel mondo della musica “accademica”, come è noto – per fortuna, sono le musiche tecnicamente e culturalmente più elevate ad essere esaltate. Non sono si riempiono di guano compositori di facili musiche minimalistiche, ma addirittura si guardano con sospetto i bravi compositori che non sposano la causa dell'avanguardia. Il mondo della musica afroamericana ha raggiunto, invece, una sorta di pax in cui domina l'ala colta senza censurare né biasimare l'ala popolare, di cui si cerca perlomeno di apprezzare le velleità artistiche. Nella musica popolare è accaduto il contrario. E' per colpa di critici incompetenti che oggi su riviste musicali di tendenza dobbiamo assistere all'eresia del confronto Prince-Zappa in cui il primo è dato vincente in quanto più immediato, mentre il secondo è autore di inutili musiche cervellotiche “senza ritmo”. Un po come dire che l'uomo che scrive sul cesso della stazione “W la fica” è più artista di un Catullo.
Si assiste quindi ad una cesura fra la musica d'arte che diventa sempre più musica per pochi e musica popolare che è propagandata nelle sue forme più limitate. Ovviamente i fan del rock colto possono credere che “la musica è morta”. In realtà, dal momento che si producono 10 dischi all'ora nel mondo, la musica non è morta. Semplicemente ha preso strade non congeniali a chi è naturalmente portato ad apprezzare la via di mezzo. O meglio, la via di mezzo, che tutt'ora esiste, non ha saputo organizzarsi e creare dei canali per raggiungere il suo pubblico naturale.
Di chi sono le responsabilità? dei musicisti legati al facile denaro o divisi per faide interne? della critica faziosa ed incompetente? del pubblico distratto e pigro? Cosa impedisce al rock inglese di essere considerato soprattutto il genere di Pink Floyd e Van der graaf generator e non solo di Beatles e Stones? Come dare dignità alla via di mezzo? Se il nome progressive rock non piace perchè ricorda tristi immagini di muscolari esibizioni di virtuosi perchè non cercare un luogo virtuale in cui collocare al musica popolare più elaborata senza sottoporla al dileggio degli imbecilli?